Da Cornaredo a Mazara del Vallo, quando si tratta di studi di settore, l'intransigenza sembra essere il comun denominatore degli uffici fiscali. Dove si aprono, o dovrebbero aprirsi, le stanze del contraddittorio, commercialisti e consulenti si trovano spesso a rimbalzare contro un muro di gomma. «Se certi atteggiamenti – dice Guido Beltrame, dottore commercialista di Milano – servono a stanare gli evasori, quando è la legge a offrire al contribuente la facoltà di far valere le proprie ragioni, non è accettabile la mancanza di dialogo.
Rientrando al lavoro, ho ricevuto una comunicazione da parte dell'ufficio con cui ho litigato per quattro mesi che riconosce la bontà della mia posizione. Si trattava di un mero errore di calcolo, ma mi sono dovuto rivolgere al garante del contribuente. E comunque ora dovrò fatturare al mio cliente le ore che ho dedicato alla pratica. La cosa mi mette in difficoltà. A rigor di tariffario potrebbe costargli più di quanto chiesto indebitamente dalle Entrate».
«La Cassazione ha chiarito senza mezzi termini – ricorda Nicola Mugrace, da trent'anni commercialista a Cornaredo, provincia di Milano – che l'accertamento da studi non può fondarsi sul solo scostamento tra quanto dichiarato e i livelli di congruità predeterminati da Gerico, ma deve essere supportato da altre prove. Una linea spesso non rispettata a livello territoriale. A volte difetta la preparazione, altre volte c'è perfino arroganza. Sicuramente manca la disponibilità ad andare oltre la matematica per mettere piede nella realtà. Si chiede di dimostrare il calo del giro d'affari con una documentazione impossibile da procurarsi. La crisi in quanto tale non giustifica nulla. E se i correttivi adottati non funzionano l'unica è dimostrare di avere una malattia gravissima e di essere inabili al lavoro».
L'amministrazione centrale, con numerose circolari, ha chiesto agli uffici periferici di irrobustire le pretese nei confronti dei contribuenti non in linea con gli studi con ulteriori elementi. «In tante circostanze, però, la preoccupazione prevalente è fare cassa», aggiunge Chiara Orsatti, studio a Milano. «Come massimo della concessione, in un paio di casi legati a errori compilativi, mi è stato suggerito di consigliare al mio cliente di adeguarsi comunque al minimo, per risparmiare perdite di tempo e complicazioni. Senza generalizzare, credo che in ambito locale sia passata l'idea che gli studi equivalgono a una minimim tax». Vanno meglio le cose a Nordest? Sembra di no, ascoltando Massimo Poloni, studi professionali a Udine e Gorizia: «Gli inviti a comparire per discordanze delle dichiarazioni rispetto alle risultanze di Gerico non sono quasi mai rafforzati con analisi della contabilità o altri dati. Si ha la sensazione, nei colloqui con i funzionari, che ci sia una corsa a incassare comunque qualcosa, spingendo i contribuenti a cedere senza passare al contenzioso in cui l'onere della prova ricade sull'amministrazione e l'esito non è scontato».
Stessa musica se si scende lungo la Penisola. Gilberto Chiari fa parte di un network di otto consulenti («Sinernet») attivo fra Parma e Reggio Emilia. «Nessuno di noi ha mai ricevuto inviti al contraddittorio basati anche su altri elementi oltre allo scostamento da studio. A luglio qualche nostro cliente ha ricevuto lettere già con proposte di adesione. Spesso, mi si passi il termine, più che a un vero contraddittorio assistiamo a un mercanteggiamento fra ragioni giuridiche ed esigenze economiche. Come se ogni ufficio avesse un budget da onorare». Sposta l'attenzione sul fattore umano, Diego Di Liberti, studio a Mazara del Vallo, in provincia di Trapani: «Se si è fortunati si trova qualcuno che per preparazione e indole è più propenso a personalizzare lo studio, valorizzando la concreta situazione del contribuente. In molti funzionari prevale invece la tendenza, nel dubbio, a scegliere la posizione più favorevole al Fisco per non dover magari giustificare la propria decisione "eterodossa" ai superiori. Tuttavia, accessi e ispezioni richiedono uomini e mezzi. E non sempre ci sono».