Rovigo: multata mentre corre dalla figlia morente.
Data: 19/01/2010 Fonte: Il Mattino Autore: Redazione
Correva troppo quella notte, Graziella Cecconello, ma aveva un motivo: i carabinieri le avevano telefonato che la figlia trentatreenne era rimasta coinvolta in un incidente e si trovava in fin di vita all'ospedale di Adria. I militari non avevano avuto cuore di dirle la verità: la figlia era morta sul colpo.
Con la mente affollata di timori e speranze prese l'auto e sfrecciò dalla sua casa di Codigoro, nel Ferrarese, al capezzale della figlia, dove scoprì la tremenda verità: Alessandra era morta, lasciando una bimba piccola. Allora Graziella non poteva saperlo, ma lungo la strada, a Corbola nel Rodigino, un autovelox era scattato al passaggio della sua vettura lanciata verso l'ospedale. Andava a 92 chilometri all'ora, là dove il limite è a 90.
Quando la multa - 38 euro - arrivò a casa della donna erano passati tre mesi da quella notte maledetta. Essere multata mentre correva disperata dalla figlia le sembrava una cosa priva di senso, così Graziella chiamò i vigili di Corbola per cercare comprensione. Trovò invece un muro di indifferenza burocratica: «Dissero che la cosa non li riguardava e che avrei dovuto rivolgermi all'autorità giudiziaria: la cosa non li riguardava. Non è mio costume piantare grane, ma stavolta mi sono sentita offesa dalle risposte ricevute: mi hanno trattata con arroganza, aggiungendo dolore a dolore».
La donna ha deciso così di raccontare la propria triste storia, scrivendo una lettera al Carlino Ferrara: «Io non volevo contestare la multa, che pagherò, ma soltanto informare che la mia condotta quella notte era stata dettata da un'esigenza insopprimibile; per questo ritenevo che si potesse annullare. Il problema che volevo sollevare non era certo di natura pecuniaria, ma una questione di giustizia, così almeno pensavo...».
Data: 19/01/2010 Fonte: Il Mattino Autore: Leandro Del Gaudio
Abitano tutti nella stessa zona. O meglio: la maggior parte dei sedicenti psicolabili di Chiaia vive arroccata sulla collina di Pizzofalcone, più meno nelle stesse strade dove due mesi fa sono stati scoperti i falsi ciechi. Vico Solitaria, via Egiziaca a Pizzofalcone, via Pallonetto di Santa Lucia. Un triangolo diventato famoso per i finti ciechi (a dicembre ne vennero arrestati oltre cinquanta), in cui oggi si dà la caccia ai finti pazzi. È da qui che parte il nuovo filone investigativo sulle pensioni di invalidità assegnate dall’Inps.
Tanto che ieri mattina i carabinieri hanno nuovamente visitato gli uffici della municipalità Chiaia-Posillipo: i militari hanno portato via un’intera cassaforte dagli uffici di piazzetta Santa Caterina. È il forziere che custodisce centinaia di pratiche di sedicenti malati di mente. Depressioni gravi, disturbi della personalità, gravi turbe comportamentali: sono i fascicoli dei quattrocento presunti malati di mente, su cui da qualche mese stanno indagando i carabinieri del capitano Federico Scarabello e del luogotenente Tommaso Fiorentino.
Chiara la strategia degli inquirenti: è forte il timore che qualcuno possa inquinare le prove, che qualcuno possa mettere le mani su una mole di carta che scotta e far sparire le prove delle false certificazioni. Quanto basta a usare modi sbrigativi e a trasferire l’intero «forziere» dagli uffici municipali alle stanze a disposizione del comandante provinciale Mario Cinque. Inchiesta in corso - associazione per delinquere, truffa e falso - coordinata dal capo del pool mani pulite Francesco Greco e dal pm Giuseppe Noviello. Si parte da un dato numerico: a Chiaia il record di pratiche - oltre 400 - dieci volte superiore ad altre municipalità ben più popolari. C’è un’ipotesi, al vaglio degli inquirenti: quella della regìa unica, di un solo «sistema» dietro falsi ciechi e finti pazzi.
Ma si lavora anche sullo stretto collegamento tra finti malati ed esponenti della pubblica amministrazione rimasti per il momento nell’ombra. Dallo scorso dicembre è in cella Salvatore Alaio, consigliere della municipalità, ritenuto promotore della presunta truffa dei finti ciechi, oggi al centro dei nuovi approfondimenti investigativi.
Assistito dal penalista Giuseppe Ricciulli, si è sempre difeso a spada tratta, raccontando di essere il titolare di un «caf» in piazzetta Salazar. Su di lui ora nuovi accertamenti, mentre l’inchiesta sulle presunte malattie psichiche punta a individuare i meccanismi del falso: inevitabili accertamenti in uffici sanitari, tanto per confrontare le pratiche acquisite in municipalità. L’idea della «cupola» del falso si rafforza: anche in questo caso, infatti, i finti certificati di invalidità sarebbero stati fabbricati con uno scanner, un computer e una buona dose di conoscenza dell’iter. Atti «clonati» in modo seriale, garantendo pensioni a centinaia di finti invalidi.
Data: 19/01/2010 Fonte: Il Sole 24 Ore Autore: Redazione
Il decreto per la determinazione della misura del compenso per copia privata firmato dal ministro dei beni culturali, che sarà pubblicato a giorni sulla Gazzetta Ufficiale dopo la registrazione della Corte dei Conti, è un decreto attuativo di una legge del 2003 nata da una direttiva Ue del 2001. Era atteso dal 2003 perche la legge stabilisce che in questa materia i decreti attuativi abbiano una valenza triennale. Nel 2012 dovrebbe quindi arrivarne un altro.
Legato alla legge sul diritto d'autore, il provvedimento stabilisce, richiamandosi a un allegato tecnico, i nuovi importi degli aumenti dei prezzi che devono essere applicati, a spese dei fabbricanti e degli importatori, alle memorie di massa, per esempio dvd e chiavette usb, con importi che variano a seconda della loro capacità, nonchè a computer e telefoni cellulari che consentono di memorizzare e/o seguire opere audiovisive protette dalla legge sul diritto d'autore.Queste somme, indicate come "equo compenso", costituiscono i diritti che vengono corrisposti, tramite la Siae, agli autori e agli editori.
Quote di equo compenso si applicano nei principali paesi europei. Quelle fissate per l'Italia, si fa notare nella relazione illustrativa del decreto, sono circa la metà rispetto a quelle già in vigore in Francia. Notazione che ha fatto anche la Siae, che pur apprezzando l'arrivo del decreto ha sottolineato come le quote non siano ancora "eque". Su diverse posizioni la Confindustria, che con il presidente di Assinform (associazione delle imprese di informatica) Paolo Angelucci sottolinea che il decreto penalizza l'industria italiana dell'It e il sistema imprenditoriale.
Sempre Confindustria con il presidente Anie (imprese elettrotecniche ed elettroniche) Guidalberto Guidi dice che «Il nuovo decreto stravolge il regime vigente introducendo sostanzialmente una tassa il cui importo cresce proporzionalmente alla capacità di memoria degli apparecchi elettronici». Il consumatore, dice Guidi « e gravemente penalizzato dal nuovo meccanismo, in quanto si vede costretto a pagare almeno tre balzelli (sui contenuti acquistati, sull'apparecchio, sul supporto digitale) per esercitare il proprio diritto ad effettuare una copia di un contenuto digitale acquistato legalmente». A Guidi hanno replicato il direttore generale della Siae Gaetano Blandini («il decreto, dal punto di vista dei principi, è perfettamente in linea con quanto accade nei maggiori Paesi europei Francia, Germania, Spagna») e mentre il presidente Siae Giorgio Assumma, raccogliendo l'allarme lanciato dalla parlamentare Pd Giovanna Melandri, ha sottolineato che la società degli autori e degli editori «vigilerà con attenzione» perchè l'aumento delle quote non si ripercuota sui consumatori.
Su posizioni diverse da Guidi e Angelucci, il presidente di Confindustria cultura Paolo Ferrari, che sottolinea come l'Italia attendesse da anni il decreto, spiega che non si deve parlare di tassa e ribadisce che le quote fissate per l'Italia sono inferiori del 50% rispetto ai compensi previsti in Francia. Preoccupate per i consumatori, infine, la Federconsumatori e Adusbef, convinte che il decreto «avrà un impatto sostanziale sui prezzi degli utilizzatori finali».
Brescia: sequestrate auto dei clienti delle prostitute.
Data: 19/01/2010 Fonte: Il Messaggero Autore: Redazione
Giro di vite nella lotta alla prostituzione da parte dell'Amministrazione comunale di Brescia. La polizia locale ha annunciato infatti che procederà al sequestro delle auto dei clienti e dell'incasso delle prostitute sorpresi. A Brescia, da quando si è insediata l'attuale giunta di centrodestra, il contrasto al fenomeno della prostituzione è stato potenziato attraverso un incremento dei controlli, da parte della polizia locale, e l'inasprimento delle sanzioni per i clienti, fino a 500 euro.
Data: 19/01/2010 Fonte: Italia Oggi Autore: Roberto Miliacca
Occhio alla querela per diffamazione. E soprattutto da chi arriva. Se a portare in tribunale giornalisti e direttori di testata è un magistrato, infatti, ci saranno buone possibilità che il risarcimento che questi otterrà sarà più alto rispetto a quello che potrebbe avere un politico o un comune cittadino.
E' quanto emerge dalla lettura di una ricerca intitolata «Risarcimento per danno da diffamazione a mezzo stampa: una ricerca empirica», che sarà pubblicata nel prossimo numero della rivista «Sociologia del Diritto» (editore Franco Angeli), i cui contenuti sono stati anticipati ad ItaliaOggi.
L'autore del saggio, il sociologo del diritto Morris L. Ghezzi, con il suo lavoro, ha rilevato, in via empirica, due elementi: la quantificazione economica media del risarcimento del danno da diffamazione a mezzo stampa e la durata dei relativi procedimenti, analizzandoli sotto il profilo degli attori della causa, cioè giudici, politici e persone comuni. «La rilevazione», spiega l'autore, «è avvenuta sull'universo dei procedimenti scaturiti dalla pubblicazione di articoli e libri editi da una delle principali aziende editoriali italiane che si sono conclusi tra il 1° gennaio 2000 ed il 31 dicembre 2006».
Ghezzi precisa subito che si tratta di un'indagine empirica e parziale sulle controversie per diffamazione a mezzo stampa, ma che il campione individuato, anche se anonimo, è particolarmente indicativo: sono infatti stati presi in esame i 407 procedimenti (162 in sede civile e 245 in sede penale) in cui una delle principali aziende editoriali italiane è stata coinvolta in seguito a querele per diffamazione nel corso di 6 anni.
I soggetti promotori di queste azioni giudiziarie sono stati o magistrati o politici o “normali cittadini”. Bene, si legge nella ricerca, «i risultati statistici indicano con evidenza come i risarcimenti medi, a seguito di procedimenti sia civili, sia penali e anche da transazione, quantitativamente maggiori siano stati attribuiti alla categoria dei magistrati. Inoltre anche la durata media dei procedimenti giudiziari varia in dipendenza dalla categoria di appartenenza dell'attore; essa, infatti, aumenta sensibilmente, in sede penale, se si tratta di magistrati ed, invece, diminuisce, sempre per i magistrati, in sede civile».
Il sociologo del diritto mette inanzitutto in evidenza come sembra esistere una correlazione tra tipologia dei querelanti e «successo» della causa.
In sede civile, per esempio, «le caratteristiche professionali sembrano influenzare già l'accoglimento o il rigetto della domanda risarcitoria. Infatti, risulta subito evidente come il rigetto della domanda penalizzi in modo largamente maggiore la categoria dei politici, in primo luogo, e, successivamente, anche quella di “altri”, mentre avvantaggi sensibilmente quella dei magistrati». Su 61 domande rigettate, 44 hanno riguardato comuni cittadini, 10 dei politici e 7 i magistrati; al contrario, su 77 domande accolte dai giudici, 41 riguardavano querele di comuni cittadini, 25 quelle di magistrati e solo 11 quelle di politici.
Ma è sull'ammontare dei risarcimenti, sia in sede civile che penale, che la tesi sostenuta da Ghezzi ottiene i riscontri maggiori. Guardando la tabella dei risarcimenti medi ottenuti nei giudizi per diffamazione emerge infatti che nel caso di accogliemento di domanda il magistrato liquida al giudice ricorrente una somma media pari a 36.823 euro, quasi 7mila euro in più dell'importo liquidato a un politico (30.143 euro).
Se si vedono poi le cause definite in via transattiva, cioè senza che il giudice arrivi a sentenza, l'ammontare è ancora più alto: il magistrato ricorrente può ottenere in media circa 44 mila euro, contro i 30.987 euro ottenuti da un politico e i 4.376 euro ottenuti da un comune cittadino. E in sede penale «siamo in presenza di valori quasi doppi in favore dei magistrati, per quanto riguarda i giudizi di condanna e più che doppi per le transazioni».
Anche i tempi del processo cambiano a secondo del querelante. «Indicazioni decisamente interessanti possono essere evidenziate anche dalla correlazione tra durata dei procedimenti civili risarcitori dei danni da diffamazione», prosegue il sociologo Ghezzi. Il cui lavoro non passerà certo inosservato agli occhi del presidente del sindacato dei magistrati, Luca Palamara, soprattutto ora che si è in pieno dibattito sulla legge sul cosiddetto processo breve. Nelle cause civili, secondo la ricerca, la durata media di ogni pratica è di 39 mesi, nel caso in cui attore sia un magistrato, di 45 mesi nel caso di un politico, e di 44 mesi nel caso di altri ricorrenti (in sede penale i tempi si riducono sensibilmente, passando rispettivamente a 24,25 e 19 mesi). Insomma tempi che sembrano allungarsi e accorciarsi senza una particolare ragione, se non per la differenza dell'attore, con i magistrati penali che riescono a decidere sulla stessa vicenda con addirittura uno o due anni di tempo in meno. Sarà una ricerca empirica, ma fa riflettere.